Fausto Olmelli



Questa è una storia personale e impersonale.
Sono nato nel 1960 a Roma, a un passo dall’EUR, un quartiere che mi ha influenzato poeticamente. Raggiungevo l’EUR con una corsetta sfrenata verso il Luna Park o con una fermata del 97, forse due, ma sembrava un viaggio, per me bimbo legato al microcosmo del mio limitrofo quartiere, fatto di tre strade, un bar, una bisca e un giornalaio. E all’EUR si mostrava tutta una realtà urbanistica e architettonica che i miei occhi giovani già percepivano come fantastica, mi sembrava di stare dentro un film. Poi con gli studi nacque un appassionato stimolo e interesse per questo quartiere singolare, l’unico a essere nato dalla visione di un artista, Giorgio De Chirico, i cui quadri sono stati d’ispirazione per l’architettura razionalista, la geometria e il neoclassicismo semplificato di Piacentini e Libera.

L’ho sempre dovuto difendere questo quartiere da quanti dicevano che era poco romano, freddo, addirittura brutto, ma soprattutto fascista. Ecco, soprattutto “fascista”; certo, non sono così ingenuo da non sapere che un’architettura può rendere plasticamente i principi di una ideologia, ma mi è sempre sembrata un’idiozia dare del “fascista” a un edificio.
(nella foto, Alfredo Sorani amico di infanzia, sotto la casa di Pasolini, in Via Eufrate)

Ho sempre avuto grande difficoltà a leggere, crescendo ho scoperto perché, questo ha alimentato in me il dono prezioso dell’ascolto. Alle medie passavo ore a guardare dalle finestre della scuola gli operai dell’Alfa Romeo giocare a pallone, questo è un ricordo intenso della mia adolescenza. Era un quadro in movimento, erano tanti quadri in movimento, tanti movimenti di quadri. Era come la televisione, era come il cinema. Dietro il vetro era arte continua.

Un’immagine pittorica, una fotografia, o un film, fin dall’infanzia, per me erano quanto di più ipnotico e riempitivo ci fosse, più di qualsiasi immagine “naturale”. Anche le poesie diventavano immediatamente immagini.

Da adolescente avevo già delle idee personali sull’arte, per esempio non capivo perché Picasso avesse prodotto quella serie infinita di quadri cubisti, secondo me ne sarebbero bastati molti di meno. Una precisazione: mi sono nutrito e mi nutro tuttora di tutto il Picasso possibile, di tutti i periodi. Da ragazzo trovavo alcuni quadri cubisti di una bellezza, intelligenza, profondità incredibili, da amare, ma, ripeto, non capivo, all’epoca, perché così tanti; ora naturalmente mi è tutto più chiaro. Oltre Picasso ero fortemente attratto dalla metafisica e dal realismo magico: De Chirico, Casorati, Morandi, Carrà; ma anche dalla grande scultura italiana: Medardo Rosso, Arturo Martini, Marino Marini, Giacomo Manzù. E così anche dai poeti di quel periodo: Saba, Ungaretti, Montale, Campana, Sandro Penna. Tutto molto italiano, ascoltato e poi approfondito da solo. Anche qui una precisazione: tutto questo scritto è stato fatto di getto, e questa lista è stata compilata senza respirare, così come mi veniva.

All’istituto d’Arte l’ascolto divenne diversificato rispetto all’ascolto dei miei fratelli più grandi e i loro amici che sentivo parlare di Montale, Bulgakov, Majakovskij, Gramsci o Umberto Terracini – di poesia o di politica insomma – e naturalmente di Pasolini, tanto Pasolini, o anche di filosofia. Nella scuola, invece,  l’ascolto era differente, parlavano di Hermann Hesse, Kerouac o tutta la new age, e anche di politica anche se in modo molto più superficiale, violento e per slogan. E poi tutti qui blateravano di filosofie orientali, santoni, e poi tanto brutto jazz, o qualcosa di simile che veniva chiamato “jazz”, bisognava solo ascoltare quel jazz, a me piacevano i Beatles! Quel jazz no, mi dava proprio fastidio alle orecchie. Per carità, poi un amico di mio fratello mi prestò “Ascension” di John Coltrane, vabbè, tutta un’altra cosa.

Sentivo parlare di Rudolf Steiner senza che nessuno citasse l’artista contemporaneo a lui legato: Joseph Beuys. Nessun insegnante in 5 anni di scuola me ne ha mai fatto cenno, né su di lui né su Yves Klein, né su Andy Warhol; niente, niente, nessuno insegnava niente. Pino Pascali, Fabio Mauri, Piero Manzoni, mai sfiorati dagli insegnanti, neanche per sbaglio. Ma neanche Bacon. Ma neanche Brancusi. Nel 1974 andai a vedere Porta Pinciana impacchettata da Christo, mi piacque moltissimo, certo sarebbe stato meglio, o forse no, chissà, se fossi arrivato lì preparato dalla scuola. Ricordo la plastica, le pieghe, la luce, il drappeggio, insomma: bellissimo.

Mi annoiavo facilmente di tante cose, ma potevo stare ore su un’immagine se diventava evocativa; come potevo stare ore a guardare la televisione, la televisione era ed è ipnotica: io la televisione non l’ascolto, guardo le immagini. Come potevo stare ore sul secondo volume della Storia dell’arte di Argan. La poesia delle immagini del Trecento e del Quattrocento erano e sono per me imprescindibili. Me ne sono nutrito e me ne nutro. Non capisco come si possa farne a meno, soprattutto come italiano. Dal punto di vista artistico sono un immaginario che mi accompagna sempre; d’altronde, gli artisti del ‘900 citati all’inizio ne sono la riprova. È ovvio per chi conosce la storia dell’arte, ma lo voglio ribadire.

All’Istituto d’arte giravo per la scuola, ero sempre alla ricerca di qualcosa da vedere e da ascoltare, sperimentavo, meglio, ero costretto a sperimentare: colori, vinavil, plastiche. Nella mia scuola in quegli anni il disegno era insegnato male e questo mi ha portato altri mezzi espressivi, cosa che alla fine è tornata utile. In quegli anni c’erano anche artisti di spessore che insegnavano, come Carlo Lorenzetti e Eliseo Mattiacci.


Credo che dopo le linee dell’EUR, il cinema sia stato l’altro grande maestro per me, come ho già scritto frequentavo gli amici grandi dei miei fratelli che fin da piccolissimo mi portavano al cinema: con loro ho visto centinaia di film. Credo tutto il cinema di Pasolini, anche quello che, per vari motivi, non avrei potuto vedere. Il cinema di Pasolini, con i suoi riferimenti iconografici al Trecento e al Quattrocento (Giotto, Masaccio, Piero, Mantegna) è stato fondamentale.


Gli anni che vanno dalla fine della scuola superiore all’84 sono stati anni complicati, diciamo così. Nel 1985 è nato mio figlio Andrea. Dal 1986-87 ho cominciato a dipingere in modo continuativo. Mi rivedo con tenerezza a cercare superfici, linee, angoli, che nella mia   memoria erano luoghi sognati in altri tempi, con gli occhi aperti. Sogni  intimi,   guidati non da me. E questa è stata la gigantesca nevrosi che mi ha voluto pittore. Facevo dei lavori geometrici con molto corpo, usavo delle vernici industriali, questo fino alla fine degli anni Ottanta.

ASTRATTI

Nel 1989 mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti, indirizzo: scultura figurativa. Ho fatto tutta l’Accademia da adulto, finendo nel 1993. Qui ho studiato anatomia, disegnando i modelli dal vivo,  per quattro anni – 3, 4 volte a settimana per quattro ore –, modellando la creta. Non mi è mai venuto in mente, nemmeno una volta, di pensarmi scultore. Ho scelto scultura figurativa perché mi sembrava più seria delle altre sezioni, meno libera, meno fricchettona, meno accademica: essendo più accademica mi sembrava meno accademica.

 
Dopo la laurea ho lavorato come assistente ai disabili sia fisici che psichici, questo mi ha portato nel 1997 a iscrivermi a una scuola di arteterapia e a dipingere tantissimo, non conservando nulla, proprio nulla: distruggevo le cose quasi subito dopo averle fatte.

Alla fine degli anni Novanta ho cominciato a lavorare sui luoghi bambini della mia memoria, quelli speciali e propri di quella giovanissima stagione, “dove” credevamo di non essere visti, oppure ci percepivamo più grandi di quanto non fossimo, o più piccoli, o invisibili, o animali. Ancora quei sogni, appunto, ad occhi aperti.

Molte di queste opere, sono confluite in una esposizione all’Expo di Olbia nel 2005 (Palazzo Italia).

Qui il segno era molto contenuto. Colori piatti e larghe campiture, lunghe pennellate, come un pescatore che vernicia una barca. Il segno volutamente privo di forza, quasi destrutturato. A proposito di uno dei quadri di quel periodo, la bambina davanti al gatto, ecco uno scritto di Matteo Martone.

I lavori che sono seguiti erano figure di donne come archetipo e tema sociale, figure androgine, armate, spesso volutamente “sballate” dal punto di vista anatomico, sull’aspetto maschile del femminile, sono immagini congelate, fotogrammi, in cui i rapporti o ciò che è successo non mi sono chiari. Questi quadri sono tutti dipinti su legno.

Questo periodo, iniziato nel 2006, è stato interrotto da una serie di eventi drammatici che mi sono capitati tutti in sei mesi, nel 2009. Veramente non so dire se che questo lavoro si sarebbe interrotto lo stesso perché terminato.

Nel 2010 ho iniziato a pensare a degli eventi di arte, da esperirsi in luoghi “periferici”, e per “periferici” intendo luoghi non preposti a eventi di arte. Spazi disponibili ad ospitarci. C’erano dentro discipline artistiche diverse, avevo chiamato professionisti e no, indistintamente, senza crearmi nessun problema, cercando di avere un atteggiamento il più possibile lontano da schemi o pregiudizi. La serie di eventi si chiamava “L’artista che non c’è”. Questi accadimenti, e uso apposta questo termine, erano quanto di più lontano ci sia da una “mostra collettiva”. Per l'”Artista che non c’è” ho organizzato in un paio d’anni – nel 2011 e 2012 – quattro eventi, chiamati “Esperimenti d’arte”, con una inaspettata risposta di pubblico. La mia spinta primaria era la conquista di uno spazio per un tempo possibile ad un ascolto.

Ecco una serie di piccoli quadri (35×46 cm), olio su carta, con un unico soggetto seriale. Sono 27 mezzi busti di donne di diversa provenienza geografica, vestite nello stesso modo e nella stessa posa, sono portatrici dello stesso sentimento, delle stesse emozioni, dello stesso atteggiamento attonito di fronte alla realtà. Donne accomunate da un’unica essenza umana. Umberto Saba: La capra

Ho parlato a una capra
era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
alla pioggia, belava.

Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perchè il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo lavoro mi ha portato a dipingere nel 2014, 5 tavole. Sono 5 quadri di donne, ognuna ha vicino a sé un elemento mediorientale, ognuna ha un suo dramma. Le donne non hanno un volto riconoscibile. Il loro dramma è universale. Ho chiamato questa serie: “Svelate”. C’è uno scritto esplicativo, e un racconto di 15 righe, scelto fra i 5 scritti, uno per ogni quadro. Il racconto si intitola “1.LA FAMIGLIA“. Ecco il quadro che ha ispirato il racconto:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È sempre stato complicato e complesso creare immagini. Oggi tutti fotografano e tutti postano i loro scatti sui social, abbiamo negli occhi migliaia di uomini, donne e bambini in molteplici posizioni, in innumerevoli ambienti e condizioni atmosferiche. Tutto questo è meraviglioso e anche poetico, è veramente “pop”. Da non guardare con la puzza sotto il naso, anzi. Tuttavia quest’epoca post capitalista e, direi, “ultra pop”, nel mondo dell’arte non fa che macinare immagini che rende cliché ripetitivi, come slogan verbali,quando non icone pop da riutilizzare col merchandising. Così oggi è veramente difficile per un pittore scavare dentro sé e realizzare delle immagini che abbiano anche una qualità emotiva, sociologica, politica, così forte da camminare accanto alle migliaia di immagini pop e poetiche. Trovo che oggi, in questa epoca, la demonizzazione dell’arte figurativa, da parte di taluna critica, sia un’azione priva di contenuto, ideologica e al servizio del mercato. Forse statunitense?

Nel 2016 ho fatto una piccola collaborazione con la Croce Rossa presso un centro di prima accoglienza per migranti a Roma. Con quei giovani ho elaborato e realizzato il progetto sociale di arte pubblica “Transito” che poi è diventato un evento, in un centro commerciale, appositamente, un “non-luogo”, secondo la definizione di Marc Augé.

 

La conquista di uno spazio

a Jurij Gagarin

Come non possiamo affatto concepire oggetti spaziali fuori dello spazio, oggetti temporali fuori del tempo, così noi non possiamo concepire  alcun oggetto fuori della possibilità del suo nesso con altri” (Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus 2.0121)

“Ogni cosa è come in uno spazio di possibili stati di cose. Questo spazio io posso pensarlo vuoto, ma io non posso pensare la cosa senza lo spazio” (Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus 2.013).

L’“arte pubblica” è, per definizione, un’arte presentata e fruita in luoghi pubblici, gratuita, che esce dai posti canonici riservati all’esposizione per entrare nel tessuto urbano. La può vedere, imbattendocisi per caso, anche chi, per abitudini e status socio-culturale non si recherebbe in una galleria o in un museo. È quindi l’opera che va incontro all’orizzonte visivo di chiunque viva un territorio, non più l’appassionato conoscitore che sceglie di visitare i canonici “santuari” che le fanno da vetrina. Questo non significa che tutto è giustificabile come “arte”, che, per esempio, tanti brutti dipinti sui muri passino come arte. Roma è piena di questa “Street Art”, la maggior parte indecente. E non mi riferisco agli scarabocchi sui muri – alcuni dei quali molto poetici – mi riferisco proprio alle opere (pitture, mosaici…) pensate, progettate e realizzate sulle facciate di palazzi spesso in zone periferiche.

Secondo la definizione ufficiale di arte pubblica, le opere vengono elaborate a seconda dello spazio in cui verranno proposte, almeno un tempo era così, ci sono esempi molto discutibili a Milano – come il dito medio di Cattelan (e naturalmente non è un giudizio sull’artista) – e come ho detto a Roma, e in tanti altri luoghi, ne è pieno il mondo. Adesso a Roma ci sono anche dei musei pubblici a entrata libera che, secondo i loro curatori, dovrebbero essere un esempio di “Arte pubblica”, semplificando quello che ho letto e quello che ho visto. Mi viene da dire che non basta non far pagare il biglietto per fare arte pubblica e non basta buttare dentro un po’ di opere, qualche performance vista e rivista, per fare arte.

Prendiamo un’azione artistica degli anni Settanta, per me una delle più alte: Fabio Mauri che proietta sulla camicia di Pier Paolo Pasolini il suo film “Il vangelo secondo Matteo”. “Proiezione”, letteralmente “azione gettata avanti”, realizzata sulle scale esterne di una galleria. Un’operazione alta, altissima. In un luogo d’eccellenza dell’arte pubblica: al di fuori di un museo civico. Certo non popolare: all’evento c’era pochissima gente. Però io ancora ne sto parlando. Pasolini sarebbe stato barbaramente ucciso pochi mesi dopo. C’hanno fatto credere per tanti anni che fosse stato un delitto passionale, e invece no. E invece no.

L’arte pubblica, per me, non è oggi dipingere Pasolini con una camicia su un palazzo e riproiettarci Il vangelo secondo Matteo, scimmiottando l’azione di Mauri, o altre azioni, soprattutto di arte concettuale, come ce ne sono in giro, ma è entrare dentro il popolo e riuscire a smuovere sia sentimenti che aspetti sociali, come appunto la performance di Pasolini e Mauri, portare dentro il popolo la grande spiritualità, la grande idea che c’è stata in quella performance. Spesso anche alcuna bellissima pittura che si vede sui palazzi finisce per essere banalizzata invece che agire per quello per cui è è nata.

A proposito dei due enunciati di Wittgenstein non possiamo pensare a un’opera d’arte senza uno spazio, ma nell’arte pubblica la conquista di uno spazio per me sarebbe già l’opera d’arte. Joseph Kossuth in una installazione del 2017 in una galleria londinese modifica lo spazio della galleria e quello stesso nuovo spazio fa parte dell’opera. Cosa anche questa certo non nuova, ma di grande eco vista la notorietà dell’artista concettuale più copiato negli ultimi trent’anni. Mi viene da dire più “bruttamente” copiato. Non sono un critico d’arte non sono in grado e non è il mio compito parlare, nello specifico, di quella mostra, mi interessa però la riflessione sullo spazio, sui luoghi dell’arte, sul potere.

La produzione artistica è oggi sempre più vincolata al mercato, nonostante si possa avere l’impressione di una certa libertà di espressione visti i notevoli mezzi tecnologici. Del resto è in linea con il capitalismo contemporaneo e la supremazia del mercato su tutti gli altri ambiti. Viviamo in un mondo di merci, e lo facciamo dall’avvento della società borghese, ma oggi la mercificazione ha raggiunto ambiti impensabili rispetto a qualche anno fa. È, per esempio, una merce il tempo dell’uomo, che diventa denaro quando passiamo il tempo online su un sito o su un social network. Per questo facebook è gratuito. L’ultimo terreno di conquista è il sonno, che il capitalismo cerca di accorciare cosicché il tempo della veglia sia più lungo (ci sono siti che insegnano a dormire pochissime ore). Questa riflessione mi ha spinto anni fa a concentrare la mia poetica, anche se è un termine fuori moda, sull’aspetto sociale dell’arte, senza entrare però in quel vortice ormai come un fiume in piena che riguarda l’arte pubblica.

Io sono convinto che l’arte debba essere altissima e popolare, come quella di Pasolini, o di Joseph Beuys o di Francis Bacon – tant’è vero che Joker di Jack Nicholson nel Batman di Tim Burton risparmia Bacon dai suoi atti vandalici, perché lo considera popolare e non vecchia arte ammuffita. Parliamo di un film visto da tutti, ha infatti guadagnato più di 410 milioni di dollari.

Allora la prima azione artistica è la conquista di uno spazio, al servizio di un pensiero alto, aulico. Come solo è alto un moto che è partecipato dal popolo. Il moto parte dall’artista, è il suo pensiero che è aulico, non può essere altrimenti, il popolo però lo trasforma in un potente, in un rivoluzionario, in un sublime cambiamento. Di conseguenza l’artista coglie nell’aspetto umano, mi verrebbe da dire “nella pietas” la fonte della sua ispirazione. Certo poi mi viene subito in mente cosa ha fatto Stalin a Malevich, ma lasciamo perdere.

C’è sempre una intimità nei quadri, così come nelle parole, così come nelle azioni e naturalmente nel pensiero che accompagna un gesto artistico, che meriterebbe più rispetto.

P. S. A proposito di intimità: mentre sto scrivendo, in realtà io parlo e mia moglie scrive, ho la chiostrina sempre aperta, tutti i suoni e le nostre parole rimbombano, sicuramente qualcuno ha ascoltato di Joseph Kossuth. Io mi immagino che quel qualcuno possa venire a suonare alla mia porta e candidamente chiedermi: “Chi è Joseph K.?”.

 

 

 

 

BELLISSIMA CATERINA

CA-TE-RI-NA, CA-TE-RI-NA, CA TE RI NA

Ca, risuona Ka, il mistero progenitrice, la divinità sottesa, la nota sorda e onnipresente, si allarga come un cerchio, scende. Su Te rimbalza metallica: è la struttura, lo scheletro d’acciaio che avvolge e sorregge. È il suono puro. Arriva a Ri ed ecco la risata cristallina, la bambina che eri, l’adolescente che sei. La risata leggera, libera, senza senso. RI RI RI RI… Si ferma a Na, i piedi. Attenzione a quei piedi, che sfiorano la terra. Sono lì sempre, dove devono stare, ma a pochi centimetri da terra, sollevati da Ka.

Tu sei qui, bellissima.