Rivitalizzazione


RIVITALIZZAZIONE
La serata

20 giugno 2012
Il 20 giugno si è svolto l’evento “Rivitalizzazione, nel segno di Joseph Beuys”.
Ideato da Fausto Olmelli è il 4° esperimento del progetto artistico “L’artista che non c’è”.

Questo il resoconto dell’evento:
La serata inizia  con l’ascolto di “I want to hold your hand” dei Beatles

 

Segue il video di Matteo Martone e Fausto Olmelli girato fra gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma.

Elisabetta Costantini introduce la serata:
Chi è Joseph Beuys lo sanno poco anche i ragazzi che frequentano l’Accademia delle Belle arti, come abbiamo appena visto, come tra noi qui stasera. Eppure parliamo di un artista che ha condizionato il modo di fare arte dagli anni 70 ad oggi.
Ma questa non sarà una serata soltanto di informazione su questo artista, non sarà una conferenza né una commemorazione.
Le idee di Joseph Beuys, il suo modo di concepire l’arte e la vita, attraversano la nascita stessa de L’artista che non c’è, almeno nelle intenzioni di Fausto Olmelli, che ne è il promotore. Come si può capire leggendo il manifesto de ”l’artista che non c’è”, là, scritto da Fausto Olmelli e da Matteo Martone.
Viviamo in un contesto storico e sociale dove si consuma velocemente, tutto, prodotti, idee… in cui si è soli, non ci sono potenti strutture aggregative, come potevano essere i partiti qualche tempo fa. La lezione di Beuys ci invita a impegnarci nel sociale, Beuys ci invita a un agire “politico” nel vero senso della parola. Sapendo che i nostri gesti, le nostre decisioni e azioni hanno una ricaduta sociale, possono modificare anche in piccola parte la realtà. Per far questo occorre soffermarsi, prendersi il tempo della riflessione e non aver paura di incontrare gli altri, per un agire comune. Beuys ci invita anche a un atteggiamento più “umano” verso la natura, intesa come parte integrante dell’umanità.
Il calore che Beuys ha rappresentato in infiniti modi: col feltro, col grasso, con i circuiti elettrici, è l’amore verso l’umanità. È il darsi, senza paura e anzi sapendo che si possono contagiare gli altri con la propria energia per una vita più consapevole e più piena.
“Nel segno di Beuys” recita il sottotitolo di Rivitalizzazione, “Nel segno di Beuys” vuol dire anche nel segno del sentimento, inteso non solo come amore, ma anche come “sentire”. Preferiamo parlare di un sentire profondo tra uomo e uomo e fra uomo e natura piuttosto che di sciamanesimo rispetto a Beuys. Mettendo più l’accento sul calore, sull’energia, invece che su un aspetto “magico”, cui rimanda immediatamente la parola “sciamano”.
Rivitalizzazione è tutto questo.
Rivitalizzazione è la nuova vita che ha un materiale quando viene riciclato.
Rivitalizzazione è l’augurio che facciamo a tutti noi, qui stasera, di una vita più calda, più piena, più consapevole.

Docu/video Slides, di Fausto Olmelli:


Matteo Martone legge l’intervento di Fausto Olmelli sul quadro di Claudia Lorenzetti:

LA SCELTA DI CLAUDIA
La scelta di Claudia di dipingere 3 grandi alberi, è un omaggio all’installazione di Kassel di Joseph Beyus che lì fece piantare 7000 querce per rivitalizzare e difendere paesaggio, natura, l’amore dell’uomo per gli esseri viventi. Claudia si esprime attraverso la pittura da poco tempo, ma è da sempre in ascolto di questo linguaggio. La sua formazione così breve, iniziata dal settembre del 2011, non le consente di avere una poetica già ben definita ma ne mostra indizi più evidenti di molti cosiddetti artisti che non ne hanno mai avuta una, e in ogni caso l’indagine artistica, per sua natura, vuole così: io stesso dipingo da molti anni e a volte ho difficoltà a dire in che direzione stia andando la mia ricerca.
La scelta di Claudia di sperimentare in tre versioni l’idea di albero è in stretto rapporto con il suo mettersi al lavoro: può sembrare una scelta elementare, anzi, è una scelta umilmente e volutamente elementare e immediata, e proprio per questo ci ho visto il messaggio di Beuys, il suo calore: proprio in questa scelta.
“Ogni uomo è un artista”, dice Beyus riferendosi al pensiero che si fa azione di ognuno, ma quando si parla di chi sceglie di fare arte – come la pittura – allora l’impegno, la costanza, il calore, l’energia, le regole sono tutti valori essenziali per esprimere quello che si vuole dire. In Claudia ho percepito e sento questo desiderio di imparare e di faticare. E in questo imparare e faticare, nella sua costanza, Claudia ci riporta all’importanza dell’insegnamento.
Il nostro Paese è stato quello delle botteghe d’arte, il paese in cui sono nate le università, ma non siamo riusciti a mantenere i valori che tutte queste istituzioni culturali hanno esportato nel mondo. Oggi l’interesse per l’arte e per l’insegnamento artistico nel nostro Paese è pressoché zero. D’altro canto trovo così tanta energia nell’atteggiamento di Claudia, nel mettersi a lavorare, da persona che vuole imparare, che le sono grato a nome delle nostre tradizioni artistiche. Ecco perché questa grande opera di Claudia è senz’altro da applaudire.

Matteo Martone legge l’intervento di Fausto Olmelli sul quadro di Diego Mazzoni “Miss Katrina”:
Stavo pensando all’evento su Joseph Beuys, era tutto nella mia testa, quando l’amico Diego Mazzoni mi chiama per invitarmi ad una mostra collettiva, dove avrebbe esposto un suo lavoro. Oggi quel lavoro è esposto qui, eccolo, in questa sala; in questa Rivitalizzazione. Non intendo parlare della sua tecnica, della bellezza di questo lavoro. E non farò nessun riferimento o parallelo con l’opera di Beuys.
Considerate che il mio è uno sguardo professionale che considera tutti i campi: la tecnica, la narrazione, la poetica, l’attenzione per il particolare.
Conosco il lavoro di Diego da molto tempo, conosco il valore delle sue opere. Siamo stati colleghi in Accademia. Ci siamo scambiati tante cose e oggi siamo amici fraterni. Quel giorno poi andai alla mostra e vedendo questo lavoro mi emozionai, come sempre mi accade di fronte ad un lavoro di Diego.
Tornando a casa sentii la necessità di chiamarlo per dirgli che questo lavoro aveva toccato una parte diversa, qualcosa di più profondo. Che non stava appunto soltanto nel quadro, o nell’idea, ma era qualcosa che toccava l’anima. Rivitalizzava. Mi dava la stessa emozione che provo quando ho l’impulso di cominciare un nuovo lavoro, un’emozione che mi rende leggero, qualcosa di simile al sublime. E come quando Beuys dice “La morte mi sveglia”.

Infine Matteo Martone presenta il quadro di Fausto Olmelli “Lupo artico/Nord”:

Se la pittura ha tempi più distesi di fruizione, allora ci consente di partecipare, di “stare con”, per vivere le emozioni che contiene, ascoltare il racconto che c’è dentro, che spesso neanche l’artista sa di raccontare ma a noi arriva se sappiamo metterci in ascolto. Io posso dirvi il racconto che sento io in questo lupo artico di Fausto Olmelli. Come dice lui di Diego, io posso dire di lui: ci conosciamo da una vita e da una vita mi ripete: dammi 2 colori e lavoro: non so suonare, non so scrivere, so fare questo: dammi due colori. Ed ecco il lupo di Beyus, ecco il cielo artico. “Fuori piove un mondo freddo” canta Paolo Conte, così per quel lupo, così per ciascuno di noi, almeno una volta nella vita. Allora “stiamo con” questo lupo che avanza solo, nel freddo, instancabile, vinto e vincitore, stiamo col suo cuore caldo dentro, e quel coltello che si vede appena nel suo costato, simbolo di morte che ci accompagna sempre. Avanziamo con lui e non molliamo per arrivare in un mondo dove, pioverà pure, ma insieme sentiremo meno freddo. Grazie Fausto.

Claudia Lorenzetti e Elisabetta Costantini

Pier Luigi Robiati spiega la sua performance: UFFICIO PROTOCOLLO ARTE

Tutti i presenti sono invitati a disegnare, scrivere, riempire come vogliono dei foglietti, in seguito protocollati dal Direttore dell’Ufficio Protocollo Arte, lo stesso Pier Luigi. Quando avranno finito ritireranno il disegno di qualcun altro. Porteranno così con sé un ricordo della serata. Un ricordo del tempo e dello spazio che hanno condiviso con altre persone. Per Beuys ogni persona è un individuo unico e irripetibile che trova la sua forza e il suo agire soltanto insieme agli altri, nella condivisione e nella dimensione sociale.

Termina la prima parte dell’evento con le parole di Betta (Elisabetta) Costantini:

Abbiamo iniziato con tante parole, come negli altri esperimenti de L’artista che non c’è. Le parole ci costringono a fermarci, a soffermarci, a non consumare velocemente un’idea, un’emozione, una visione. Ci fanno riflettere meglio su un pensiero, ci fanno apprendere e capire, ci fanno avere altri ritmi. Abbiamo avuto un altro ritmo anche nell’esperimento dell’Ufficio protocollo arte: ci siamo presi del tempo per esprimerci. Ce ne prendiamo ancora un altro po’ di tempo, per far posare tutto, per finire di disegnare o scrivere e per un piccolo aperitivo. Ci rivediamo qui fra una quindicina di minuti.

Beuys, giardiniere e prometeo
Qualcuno chiese:
Signor Beuys, taluni dicono che lei sia pazzo.
«Che io lo sia o no, non ha nessuna importanza»
Cito questa affermazione di Beuys per sottolineare che quanto la voce di Beuys ha da dire al mondo, non ha niente a che vedere con la sua personalità. È importante portare in chiaro questo concetto, perché la nostra cultura ci ha abituato a un culto della personalità, ma nello stesso tempo a una mortificazione dell’individuo come essere unico. Il culto della personalità non ha niente a che vedere con il riconoscimento del valore dell’individualità, ovvero del portato unico e irripetibile dell’essere umano in quanto individuo. Questo concetto è centrale nella poetica di Beuys ed è fulcro di tutto il suo agire artistico.
Individui lo siamo tutti, e ognuno di noi in quanto individuo è per definizione un unicum, cioè una realtà artistica degna di attenzione e insostituibile, il cui attributo primo è creare. Qui, in questo contesto, penso sia chiaro a tutti che non vogliamo esercitare un culto della personalità di Beuys, sarebbe un grosso fraintendimento! Quello che si vuole, è dare voce a un organismo (e non sistema) di pensieri comprensibili a tutti, perché profondamente umani, di cui un Beuys è stato semplicemente portavoce. La sua personalità, fatta anche di eccentrismi, di aspetti singolari, di pregi e difetti – come per ogni altro essere umano –, non ha nessuna importanza rispetto al valore universale e perciò artistico del suo messaggio.
Quando gli venne chiesto: «Lei, cosa pensa di se stesso?», Beuys rispose:
«Possibilmente nulla. Non tocca a me pensarci, non è compito mio. Tutt’alpiù quando vengono espressi giudizi sul mio conto dall’uno o dall’altro posso leggerli e vedere chi ha ragione e chi ha torto. È bello ricevere dei suggerimenti. Bisogna essere disposti a imparare qualche cosa anche dalle critiche. Non si può dire: tutti hanno torto! E se uno dichiara: Beuys è il più grosso idiota che si possa trovare in Germania, devo chiedermi: è così o non è così? Sarebbe sciocco e inutile arrabbiarsi…e a chi sostiene che le mie tesi siano utopistiche rispondo: no, questa è la vera realtà, mentre ciò che accade ora nel campo della cultura, della vita pubblica e politica, e in campo economico è veramente insostenibile».
È con queste parole che l’artista conclude una intervista pubblicata nel giugno 1974, esattamente 38 anni fa, dalla rivista BolaffiArte. Una lunga intervista che per modernità di contenuti e aderenza alla realtà potrebbe essere stata rilasciata ieri, e per anticipazione di scenari futuri sarà attuale anche tra 300 anni.
Pensieri validi ieri, e validi domani, questo è l’artista, e questo è Beuys: l’essere umano che con occhio attento e cuore aperto guarda al mondo. Guarda alla terra e alle sue creature con la disposizione d’animo fresca e sempre nuova d’un giardiniere e con il fuoco interiore di un prometeo.
Il giardiniere osserva il campo e già «vede» quali fiori sbocceranno e quali frutti matureranno; il giardiniere intuisce se è ora di sarchiare, mietere o potare; il giardiniere conosce le leggi del crescere e del perire, conosce le leggi delle stagioni e delle lune, egli è «apocalista» nel senso originario del termine, cioè, è colui al quale il mondo si rivela anzitempo nei suoi scenari futuri – e tale è l’artista.
E il prometeo è colui che crea e anticipa, è innovatore di nuovi spazi e nuovi tempi – e tale è l’artista. Il prometeo, l’artista che è in ognuno di noi, guarda avanti e osa: non sa compiutamente il destino della sua creatura, ma ciò che compie lo fa con intenzione, ardendo e consumandosi in un fuoco che rigenera, perché l’artista crea calore: calore umano e sociale; l’artista crea comunicazione e scambio. Ecco il tema caro a Beuys: il calore quale entusiasmo puro, quale volontà in grado di trasfomare il sociale. Perché il sociale è tutto da fare e per Beuys un sociale a misura d’uomo è l’arte di tutte le arti. I materiali grassi usati dall’artista, i circuiti elettrici disegnati o ricreati con un pezzo di metallo arrugginito sono tutte allusioni a questo concetto del calore umano e sociale grazie al quale i singoli si “contagiano” reciprocamente e creano il mondo.
Fare arte, dunque, non è un semplice «fare ciò che ci viene» ma portare intenzione nel processo creativo. Per far questo è necessaria una presa di coscienza. Una coscienza che passa attraverso il nostro fare con le mani, e il nostro andare con i piedi, perché è grazie ad essi che ci spostiamo nel mondo. Beuys, cui venne chiesto: «Signor Beuys, perché l’uomo “si idealizza dai piedi”?», rispose: «Perché è impossibile una attività artistica senza una presa di coscienza grazie alla terra sulla quale camminiamo».
Questa, che è stata intesa come una risposta “molto romantica”, è la risposta più concreta che egli potesse dare, perché riconduce alle responsabilità morali del singolo, dell’individuo, nelle cui mani è rimesso sempre e comunque il destino dell’intero pianeta.
Oggi, a quasi 40 anni da queste affermazioni, ci ritroviamo con le medesime problematiche, solo aggravate dalle crescenti difficoltà economiche, dalla corruzione e da qualche guerra in più. Come mai? Perché nel nostro “sistema” (e non organismo) non c’è posto per l’arte quale ambito di fiducia nell’umano. Questo veniva ribadito da Beuys in tutte le salse. Egli non si stancava mai di sottolineare l’importanza dell’individuo quale soggetto artistico che, se fa leva sulle proprie forze di creatività, è sempre in grado di essere soggetto positivo e propositivo del sociale. L’artista, non solo ha forze di trasformazione, ma lui stesso è trasformazione e l’essere umano che si vive nella sua più piena umanità resta sempre libero. «Ma cos’è la libertà, secondo lei?» Chiesero a Beuys. E lui rispose: «Libertà è la libertà dello spirito nell’ambito della cultura. Per questa ragione la cultura non deve essere guidata dall’alto, dai poteri costituiti, in nessun caso. La vita dello spirito deve essere improntata alla più assoluta e indiscriminata libertà. Sul piano pratico, l’esatta definizione sarebbe “autogestione della cultura”…I nostri governi autoritari sono superflui e devono essere eliminati al più presto perché tutti, ad esempio, abbiano eguali chances nei confronti della “formazione“, in modo che possa realizzarsi la autogestione della cultura e tutte le idee creative che nascono dall’uomo possano entrare in produzione».
«In questa situazione Beuys appare come il messia di una nuova società» – incalza l’intervistatore – «una specie di Gesù Cristo. Perché lei preferisce qualificarsi come artista?» e Beuys risponde: «Artista nella misura in cui riesco a creare opere d’arte che hanno un carattere diverso. Ad esempio, non faccio sculture qualsiasi, ma creo questa organizzazione per la democrazia diretta, o una scuola libera. Non rinuncio a rendere le cose visibili, non rifiuto il concetto di raffigurazione, ma realizzo l’immagine di una cosa nel contesto di strutture nuove.
Per esempio, il mio attuale progetto di una Libera Università Internazionale per la creatività e le ricerche interdisciplinari, anche questa è una forma di raffigurazione, non le pare?».

Con questa affermazione Beuys intende dire che non c’è bisogno della tela o della creta per creare perché ogni pensiero, ogni progetto, è una forma: è una forma artistica, è arte, e la sua visibilità non consiste nello stare confinata in un museo o su una parete, la sua visibilità è il fatto di avere incidenza sociale. All’artista spetta dunque il compito di trasformare il mondo, perché l’artista è l’unico che pensando col cuore può rendere efficaci le use idee traducendole in realtà.
Voglio chiudere con le parole dello stesso Beuys:«Desidero essere il più possibile efficace, questo è il problema essenziale. Credo di avere qualche chance, qualche capacità che vorrei impiegare nel miglior modo possibile. Se mi valuto fino ad oggi credo comunque di poter contribuire affinché tutti questi problemi (sociali) vengano messi in discussione. Forse ho delle capacità provocatorie da far sì che questi concetti vengano sempre più discussi».
Grazie dell’attenzione, Letizia Omodeo Salè

Gianluca Pronti e Costanza Alegiani

Viene introdotto LA MUSICA COME LA SENTO IO di Claudio Riggio, musicisti:

Claudio Riggio, Gianluca Pronti, Costanza Alegiani e Giovanni Maria Varisco

Sentiremo 4 composizioni scritte, eseguite simultaneamente.
I 4 pezzi, sebbene disgiunti, formano un’opera unitaria.
In questa performance l’ascolto è generato dal movimento del pubblico all’interno della sala.
In questa performance gli ascoltatori giocano con lo spazio e il tempo.
Muovendosi nello spazio, ogni ascoltatore decide il tempo di attacco di un brano.
L’ascoltatore, muovendosi, avvicinandosi e allontanandosi da ogni musicista, regola anche il volume della musica.
Miscela i brani ascoltati.
Ognuno è ri-compositore della sua propria musica.
Le 4 composizioni eseguite sono materiale esistente e “riciclato”.
Pezzi pure amati, dis-tratti, distratti amati
Riciclati con amore e per amore.

È di moda parlare di riciclo.
Ed è vero che è un aspetto nodale del nostro sistema economico ed etico.
L’Artista che non c’è, sapendo che mi occupo di questo tema da molti anni mi ha chiesto un intervento in questa sede,
che è ben collegata al mio lavoro ed alla mia storia.
Bisogna riciclare perché la materia estratta, prodotta o sintetizzata, se rientra nel ciclo di produzione dopo l’uso che
ciascuno di noi potrebbe averne fatto, aiuta a ridurre il consumo di risorse.
Sia di energia che di materia.
Nel nostro circuito di merci, imballaggi e scarti ciò che è riciclabile si avvicina, come quantità, al totale.
Sarebbe riciclabile, rigenerabile o meglio ancora riutilizzabile, intorno all’ottanta per cento della materia.
Ma fermarsi al riciclo è come fermarsi alla superficie di uno specchio d’acqua, non è molto se paragonato alla ricchezza
di ciò che avremmo a guardar meglio, sotto.
Se si riuscisse a riusare un prodotto o una sua parte per il suo scopo iniziale come avveniva facendo i pomodori in bottiglia,
in casa, con le bottiglie dell’acqua minerale in vetro, si riuserebbe sia il materiale (in questo caso il vetro) che l’energia impiegata
per darle la forma che ha.
Dare una forma, produrre, stampare, progettare e così via sono tutte azioni, ed energie, impiegate e consumate.
Il riciclo è una scusa per pulire un poco la coscienza. È indispensabile, ma la vera azione è pensare ai consumi e ai nuovi artefatti
che riducano gli scarti, che allunghino la vita del prodotto, che servano ai servizi.
Per spostare l’acqua ad esempio l’esito del confronto tra una bottiglia e l’apertura di un rubinetto, in alcune aree del pianeta, è esplicito.
Dove non ci sono tubature, meno.
Ma non risolveremo il problema dell’acqua nel Saharawi, per esempio, portando bottiglie in plastica.
Materia ed energia sono ciò che otteniamo dall’ambiente che abitiamo, dal pianeta. Ed il pianeta è un ente finito.
In modo più o meno diretto attraverso il capitale ed il lavoro e le sue molte combinazioni,
materia ed energia sono trasformate in prodotti, animati di valore aggiunto.
È proprio il valore aggiunto l’oggetto del consumo.
Consumiamo risorse ed energia per poter consumare valore aggiunto.
Qui è il punto. Dobbiamo consumare meno materia e meno energia possibile per continuare a consumare.
Noi consumiamo valore aggiunto, il resto lo fa l’entropia.
Quando un designer progetta un prodotto (se ci sono le condizioni) può scegliere i materiali, le tecnologie, le quantità ed in qualche modo
anche la durata del prodotto, ma soprattutto può immaginare lo stile di vita, le condizioni d’uso. È così che l’estetica entra ovunque.
Lo spiritello dell’arte, del desiderio di bellezza e rivoluzione continua, di trasformazione della società verso il meglio,
si sente a suo agio proprio nell’innovazione etica.
Designer e artisti lavorano con gli stessi materiali e l’etica può pervadere il loro lavoro.
Per questo in modo forse un poco pazzo (ma se non lo posso fare qui dove allora) io imbarco Luciano di Samosata, Honorè Daumier e
Henry David Thoreau, Vladimir Majakovskij e Bruno Munari, Joseph Beuys e Renzo Piano. Una macedonia per dilettanti come amava Savinio.
Per chiudere questo delirio guidato: la progettazione etica prepara e supporta la società nelle pratiche sostenibili che permetteranno
di passare alle generazioni future un pianeta ancora fertile con una disponibilità di materie ed energie da centellinare.
Per un viaggio in barca di un mese a nessuno verrebbe in mente di spararsi tutte le scorte di acqua potabile
e cibo (e carburante) nei primi due giorni.
Perché questa navicella che viaggia nello spazio dovrebbe avere regole meno sensate?
Buon viaggio.
Guido Lanci
per L’artista Che Non C’é
Roma, giugno 2012
La giusta distanza tra le classi
La giusta distanza tra le classi, impercettibile
nei centri commerciali, il cuore che non decide
la sostanza del passo oscuro degli astri che diradano
tra macchie di ginestre e i nuovi comprensori umani,
la vasta salvaguardia dei compiuti destini molecolari,
l’esito di qualche fronda di pioppo che non chiude
questa inaccessibile domenica di giugno;
lontano sentire adesso ogni animale se pulsa
dal fondo delle tenebre ancora il riccio sullo sterrato,
il bagliore che ferma lo scarto della volpe
e non piegare sugli argini che segnano i canaloni
dove un poco d’edera discende fino ai margini
del tufo torrido che vela saxa rubra
sopra l’ignobile scorrere dell’acque mutate
che s’abbeverano solo al vuoto di luci lontane sulla strada,
chiedi che la torre non s’innalzi al nero dei fumi
oltre la pietà lieta che ostentano i visibili,
s’illumini il gorgo che sovrasta e non lo strazio
di un’ora passeggera che evapora al cemento
dove passi sicuri segnano il cuore freddo della sera,
al deuterio le forme si consumino, al litio
dove orione s’annera ed eridano, latrano i cani di pietra
e si disfano al vento che muove l’aria del grecale,
non è qui la fine se scarti ai muri d’acqua che tengono
una pace apparente, inaccessibile il peso degli assenti
se la scala impazzita rimanda solo immagini specchiantisi,
sull’orlo del baratro che clona i nostri mutevoli addii.

Invertilo allora il conto dei tuoi giorni…
Invertilo allora il conto dei tuoi giorni,
solo in parte segnata l’anima da un dio minore
se lo scirocco mostra appena la bava di questo tempo
liquido che sale e chiude il velo teso della memoria;
lo strazio era nell’attesa delle strade
d’un circolo svelato al tuo prontuario d’ascesi quotidiana
fino al margine degli spiazzi dei mattini
che una pace segnava nelle corti che diradavano
in sterpaglie, fossi, ramaglie, rovi che a scaglie ridavano
[un poco di cielo,
tu che cercavi la distanza che separa la pena dal silenzio,
il gesto che ricuciva lo strappo dei paesi di fango e ardesia
che frenavano il maestrale, la pioggio tesa
che anneriva i tuoi silenzi d’attesa e il volo folle
del falco pellegrino non segnava il limite della stretta
della nebbia al tuo corollario d’indulgenza tradita
dal vortice che s’abbatte slla tua notte,
distante il grido dell’assiolo non chiude l’ebbrezza
ai tuoi dolci dolori, non trova il lampo lo schiocco secco
sul parabrezza.

Fausto ringrazia tutti e saluta